Confindustria. Il Presidente Vincenzo Boccia intervistato da Giovanni Minoli | Confindustria

L’intervista al presidente di Confindustria Vincenzo Boccia nella trasmissione Faccia a Faccia di Giovanni Minoli del 28 maggio 2017. Il presidente parla di tutto, dall’attacco a Il Sole 24 Ore alle amarezze; dal costo del lavoro da tagliare ai rapporti con il sindacato.

Vincenza Boccia, salernitano, 52 anni. AD dell’azienda di famiglia. Eletto Presidente di Confindustria il 25 maggio del 2016 dopo una campagna elettorale dura, vinta sul filo di lana. Simpatico, gioviale. Chi lo conosce dice che è un uomo della discontinuità. Con lui, la discontinuità è arrivata in Confindustria.

Si è detto che dietro lo scontro sul Sole 24 Ore ci sia stato lo scontro tra due anime di Confidustria. E’ vero?

Il presidente nega decisamente.

Negli ultimi anni Il Sole 24 Ore era tra i giornali economici più autorevoli d’Europa. Ma l’azienda era gestita male. possibile che nessuna delle gestioni precedenti se ne sia accorta?

Se n’erano accorti accorti. La chiave di lettura era salvaguardare l’occupazione. Finché si è potuto, non si è attivato un piano di risanamento. Ora sono costretti a realizzarlo.

E’ vero che la scoperta dei guai deriva dal tentativo di far uscire il Sole dall’orbita di Confindustria?

Pensa di no. E’ evidente che la scoperta dei guai abbia creato appetito in qualcuno.

Al centro di tutto c’è Roberto Napoletano, l’ex direttore, ora autosospeso, che ha rilanciato il giornale. Come giudica il Sole di Napoletano?

Un grande professionista. Come lettore si augura di rileggerlo sul Sole, come Presidente non dipende da lui, ma dal board della società, di cui Confindustria è azionista.

Aumento di capitale deliberato, con associata Banca Intesa. Problema risolto?

E’ un consorzio di banche, non c’è solo Intesa. Come azionisti, hanno ascoltato il board e gli advisor finanziari. Poi è stato deciso l’aumento di capitale, per la loro quota. Sono al primo step di una grande partita; occorre poi risanare e rilanciare.

La fronda all’interno di Confindustria sembra si sia sciolta come neve al sole. Applausi scroscianti all’Assemblea. E’ così?

C’è un grande compattamento. Normale dopo uno scontro duro. Sono una grande comunità, e si converge tutti insieme verso un’unica direzione. Il consenso sui contenuti e sul merito sembra evidente.

“Per vincere, bisogna imparare a perdere” dice. C’è stata una sconfitta difficile da digerire finora?

Amarezza, più che altro. L’impegno come presidente allontana dall’azienda, dalla famiglia e dai collaboratori.

Per combattere la disoccupazione giovanile, si propone di abbattere il cuneo fiscale per tre anni. Con che obiettivo?

Usare l’economia per costruire un modello di società inclusiva ed aperta, recuperando la legittimazione della cultura industriale del Paese.

Non finirà come il Jobs Act, cioè funziona bene finché ci sono gli incentivi, poi…

In italia il costo del lavoro è superiore del 20% rispetto alla media europea. Dovremmo portarci su quella media. La questione andrebbe letta su due aspetti. Uno di regole, ed uno economico fiscale.

I voucher, recentemente riregolati, serviranno ancora?

Non è una questione che li competa, è molto marginale. Il fatto che il governo rischi di cadere sui voucher è un segno del senso di priorità che c’è. Cadere sui voucher è un senso che non si siano comprese le grandi priorità del Paese.

Che fine ha fatto il patto per la fabbrica?

E’ in corso un confronto serrato, bisogna parlare con i sindacati. Vanno cercati dei punti di convergenza, se ci sono. Il messaggio era riportare la questione industriale all’attenzione del Paese e dell’Europa. La questione la portano avanti i protagonisti della fabbrica: imprenditori e lavoratori.

La concertazione è un bene da riscoprire, allora?

La corresponsabilità sì, ma è un po’ diverso. Ognuno mette qualcosa nell’interesse del Paese. Rinuncia a qualcosa per il bene comune.

Lo scambio tra produttività e salario non è un po’ come la riscoperta del cottimo?

No. La Germania insegna. Applicandolo, sono 30 punti avanti a noi in termini di produttività. E’ esattamente per questo che la Germania è così avanti all’Italia.

Il sindacato, che ha voluto il referendum all’Alitalia, è l’interlocutore giusto?

Il sindacato è come i parenti: non puoi sceglierli, ma te li trovi. Il punto è che non serve fare referendum quando hai alternative. Si corre il rischio di fare scelte sbagliate. Il sindacato deve capire, e non da solo, che alcuni modelli non fanno gli interessi dei lavoratori, ma peggiorano solo le cose.

Patto di scopo per la crescita, per costruire una dimensione europea. Ma tra chi?

Tra tutti. Politica, istituzioni finanziarie, sindacati e Confindustria. Innanzitutto, è un’idea di metodo. Se si è consapevoli dei rischi che si stanno correndo, del grande debito pubblico, bisogna scambiare impegni e rischi del presente per costruire un futuro.

Il primo passo sarebbe condividere questa dimensione di inclusione dei giovani lanciata in Assemblea. Il metodo deve essere quello dove la categorie non rappresentino interessi, ma abbiano una logica di lungo termine per il Paese. Le risposte, formalmente, sono state positive. Adesso bisogna vedere il punto sostanziale.

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