Rischi ambientali e debiti pubblici: la soluzione dei Debt for Climate Swaps | Anima SGR

Rischi ambientali e debiti pubblici: la soluzione dei Debt for Climate Swaps. Cosa sono, ed a cosa possono servire? Rubrica a cura di Mario Noera, Docente di Economia degli intermediari finanziari presso l’Università Bocconi.

Non vi è dubbio che i cambiamenti climatici rappresentino la vera sfida epocale che governi e istituzioni internazionali dovranno affrontare nei prossimi decenni. La pervasività delle trasformazioni necessarie nelle fonti di energia, nei processi produttivi e nei comportamenti dei consumatori è enorme, come gigantesca è anche la necessità di risorse finanziarie per promuoverle e sostenerle.

L’entità cumulata degli investimenti necessari per contenere il riscaldamento globale entro limiti tollerabili, cioè un aumento di un grado e mezzo-due nell’arco del prossimo decennio, è infatti stimata, a livello mondiale, nell’ordine di almeno 9 mila miliardi di dollari. Nello stesso tempo, però, l’economia globale è anche appesantita dai livelli di indebitamento mai raggiunti prima. Già oggi, infatti, quando per il clima si è ancora praticamente sulla linea di partenza, l’ammontare di debito globale già accumulato, sia pubblico che privato, rappresenta oltre il 225 per cento del Pil mondiale.

Il reperimento di risorse per il finanziamento turnaround climatico appare quindi problematico, indipendentemente dal fatto che adesso concorrano le finanze pubbliche o le ricchezze private. Anche se una parte cospicua delle risorse necessarie alla riconversione verde possono provenire da finanziamenti privati, o dal sostegno di organizzazioni sovranazionali, una frazione non secondaria dello sforzo sarà necessariamente a carico anche e delle finanze pubbliche, il che pone il problema della sostenibilità sociale e finanziaria delle politiche di bilancio, soprattutto in quei paesi, come certamente è il caso dell’Italia, in cui sia la pressione fiscale, sia il livello del debito pubblico, sono già a livelli di guardia.

Le categorie di strumenti che vengono invocate per gestire la transizione all’economia verde sono infatti di solito tutte di natura fiscale: tassazione delle emissioni di combustibili fossili e dei consumi inquinanti, sussidi a tecnologie rinnovabili, a consumi sostenibili, e ovviamente anche massicci investimenti pubblici finalizzati. Tuttavia, quale che sia la loro appetibilità ed efficacia effettiva, tutti questi strumenti hanno in comune un problema. Tutti tendono direttamente o indirettamente a peggiorare lo stato delle finanze pubbliche, e comportano quindi inasprimenti della pressione fiscale, oppure richiedono equivalenti tagli di altre voci di spesa, i quali a loro volta possono esercitare effetti recessivi su attività economica e livelli occupazionali, e possono quindi per questo risultare socialmente e politicamente insostenibili.

Non a caso, nonostante la crescente evidenza dei rischi, le politiche verdi incontrano ovunque grandi resistenze. Come è evidente anche in Italia, in molti paesi lo stato delle finanze pubbliche non consente infatti di ammortizzare i costi sociali delle radicali politiche di riconversione ambientale, eppure sarebbero necessarie. La contraddizione rischia quindi di creare una situazione cosiddetta lose-lose, cioè una situazione in cui l’esito di qualunque alternativa è in un modo o nell’altro indesiderabile, o perché l’impasse politica lascia degenerare il problema climatico, oppure perché alternativamente le soluzioni adottate per rimediare al clima generano disagio e destabilizzazione sociale.

Anche se su una scala più ridotta, questo stesso problema era stato affrontato qualche anno fa in Gran Bretagna con riferimento ai piccoli stati del Commonwealth che presentavano livelli d’indebitamento elevati, scarse capacità di crescita ed una alta vulnerabilità ambientale, e questo veniva fatto con uno strumento finanziario innovativo chiamato Debt for Climate Swap, o DCS. I DCS sono in sostanza contratti in base ai quali i creditori rinunciano in parte al rimborso del debito, o agli interessi che maturano su di esso, a condizione che le risorse così liberate siano investite dal debitore in progetti appunto ambientali, e questi strumenti erano già stati utilizzati nei primi anni 2000 per aiutare la decarbonizzazione di alcuni paesi dell’est europeo, ed hanno anche consentito ad alcuni paesi caraibici, devastati da uragani o altre catastrofi naturali, di reperire risorse per la loro ricostruzione, come la Giamaica negli anni ’90, e Haiti dopo il terremoto del 2010.

Anziché imporre nuove tasse o contrarre nuovi debiti, la soluzione adottata in quei paesi è stata cioè quella di usare il vecchio debito, reindirizzandone i proventi al finanziamento di investimenti di riconversione o di ricostruzione ambientale. Sotto il profilo strettamente formale, i Debt for Climate Swap sono di fatto un condono di una parte del debito da parte dei creditori o, se si preferisce, un’operazione di consolidamento del debito, perché il debito, gli interessi, non vengono pagati come previsto originariamente.

Lo schema richiede quindi il consenso dei creditori, ma non necessariamente la loro penalizzazione. Nella misura in cui le risorse reindirizzate a investimenti verdi si traducono in crescita economica e redditività, anche i creditori possono infatti beneficiarne, come peraltro è successo nelle poche occasioni in cui lo schema è stato applicato. I DCS hanno però il vantaggio di mettere al lavoro l’unica categoria di risorse che appare oggi davvero sovrabbondante e spesso anche male utilizzata, cioè il debito pregresso accumulato, anche se parlarne oggi sembra quasi fantascienza.

Far finanziare un futuro migliore ai nostri vizi passati potrebbe presto risultare l’unica via davvero praticabile.

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