Mai più errori nei test per il coronavirus grazie a un nuovo materiale di controllo | Euronews

Il Centro comune di ricerca dell’Ue ha sviluppato una nuova molecola che permette di verificare che i kit diagnostici sul coronavirus funzionino.

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Come controllare l’efficacia dei test utilizzati attualmente in Europa per diagnosticare il Covid-19 ed evitare così l’eventuale presenza di falsi negativi? Quali sono i dati epidemiologici più rilevanti per combattere la pandemia? Esperti del Centro comune di ricerca stanno lavorando per dare risposte a queste e altre sfide mediche e scientifiche che l’Unione europea sta affrontando.

Un nuovo materiale di controllo per evitare errori nei test

Gli scienziati del Centro comune di ricerca dell’Ue (Jrc) hanno sviluppato un nuovo materiale di controllo per evitare che un test possa dare erroneamente un risultato negativo su persone contagiate dal virus. Il componente principale del materiale di controllo è una parte sintetica, non infettiva del virus rimasta stabile dopo eventuali mutazioni. Come spiega il microbiologo Francesco Gatto, “Questa molecola, da un punto di vista analitico, si comporta esattamente come il genoma del coronavirus, anche se non è infettiva perché non è una particella completa. Questo permette di poterla utilizzare nelle analisi e garantire che nel processo analitico, che è abbastanza complesso, sia andato tutto a buon fine”.

Il materiale di controllo consente sostanzialmente ai laboratori di analisi e alle imprese che producono test per il coronavirus di verificare i loro kit diagnostici: se i loro test non rilevano il materiale di controllo, non rileveranno neppure il virus reale. Questo significa che se il test risulta negativo non è perché non ha funzionato ma perché il virus non è presente.

Raccogliere i dati per dare una risposta efficace a livello europeo

Fin dall’inizio della pandemia i ricercatori qui hanno anche raccolto e analizzato una vasta gamma di dati epidemiologici, sociali, di sicurezza, economici e ambientali. L’obiettivo era di aiutare i governi europei a dare una risposta efficace che potesse essere al tempo stesso coordinata a livello europeo e adatta alla specifica situazione epidemiologica di ciascun paese.

“Questa informazione è stata utilizzata per esempio per capire i bisogni legati all’equipaggiamento medico, ai respiratori, alle mascherine, alle terapie intensive, quanti posti sarebbero stati necessari nelle settimane successive – spiega Alessandra Zampieri, che dirige l’unità Gestione dei rischi da catastrofi all’Ue -. In realtà il problema dei dati è sempre stato molto cocente, e ancora oggi raccogliere questi dati, una volta per seguire il picco, ma oggi per seguire l’andamento, come si riduce, ed eventualmente il risorgere di nuovi casi, è una delle priorità numero uno dell’Unione europea”.

Dopo aver lavorato su diversi scenari per valutare la diffusione del virus e il potenziale impatto della quarantena, gli scienziati si stanno ora concentrando sui cosiddetti “scenari d’uscita”, nel contesto post-lockdown. “La situazione è sotto controllo, ma potrebbe esserci una ripartenza dei casi – ammette il vice di Zampieri, Tom De Groeve -. Ora il nostro lavoro di modellazione sui vari scenari è orientato verso quello che potrebbe accadere in estate, nel cercare un equilibrio fra l’economia del settore turistico e i rischi per la salute pubblica”.

Nell’analisi di questi scenari, i ricercatori del Centro lavorano a stretto contatto con altri istituti, come il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie.

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